Il fotografo dell’ombra
Il documentario che ho avuto il piacere di vedere lo scorso lunedì 6 ottobre, presso il cinema Quattro Fontane a Roma, è stato come un ripasso di emozioni e concetti con cui mi confronto ormai da diverso tempo, ma nulla di quel che ho visto e sentito mi ha annoiato; anzi, ho percepito la sensazione di un legame forte con chi vuole vedere oltre la siepe del mondo tutto intorno. I concetti ritrovati in frasi come “Là dove il sole è più forte, l’ombra è più nera” mi hanno subito riportato al libro Autoritratto di un fotografo, dove una delle prime frasi che mi ha impressionato fu: “A me il sole appassiona perché fa ombra. Costruisco le immagini a partire dall’ombra” e da li un fiume di miei pensieri sulle ombre, la luce e Caravaggio, al quale continuo a guardare come un bambino piccolo guarda la macchina sportiva del papà. Questa continuità di contenuti era percepibile in tutto il film, senza forzature, raccontato in modo estremamente fluido, al punto che il tempo è volato via.

La storia di Scianna segue alcuni punti chiave che potremmo definire un percorso; come quello di molti grandi fotografi della sua generazione. Ci sono elementi in comune: curiosità, voglia di scoprire, interesse per le forme d’arte e la comunicazione. In un mondo in rapido cambiamento dove la fotografia iniziava a rappresentare una forma di potere mediatico, restituendo ai fotografi più audaci un senso di potere, come altre forme d’arte hanno fatto nei secoli passati.
Ma in lui c’è qualcosa di irripetibile, uno sguardo radicato nella propria terra e allo stesso tempo universale. Come ricordava, citando l’antropologo De Martino: “Solo chi ha un villaggio nella memoria può essere davvero cittadino del mondo.” E questa visione lo ha accompagnato nel suo peregrinare in giro per il mondo, Scianna ha sempre usato quegli occhi per osservare e farsi domande.
Il documentario tocca anche un tema profondo: il dolore del fotografo. Scianna ammette di aver creduto, un tempo, che fotografare la sofferenza potesse servire a ridurla. Ma oggi dice: “Nessuna fotografia buona ha mai migliorato il mondo.”

Eppure aggiunge, con lucidità e compassione: “So che le cattive fotografie lo peggiorano, quindi la responsabilità morale, ideologica, sentimentale, umana c’è sempre. Tu hai sempre la responsabilità dell’immagine. “Se il tuo sguardo ha un contenuto umano, nella tua foto ci deve essere la tua posizione nei confronti di quella sofferenza.”
È una riflessione che inchioda ogni fotografo al proprio dovere etico: non basta osservare, bisogna scegliere come guardare.
Dal film emerge anche il legame quasi viscerale con Leonardo Sciascia. Scianna racconta che, con l’amico scrittore, non ha mai fatto vere sessioni fotografiche: parlavano, discutevano, ridevano, magari mentre Sciascia cucinava. Le foto che restano di loro sono intime, disarmate, direi domestiche.
Per questo mi ha colpito ciò che ha detto citando Cartier-Bresson: “Fotografare un amico è difficile, perché ne sai troppo e vorresti mettere tutto nella foto. Invece quando non sai, usi l’intuito e vai più lontano.” Scianna aggiunge: “Siamo quello che i nostri amici sanno di noi.”
In quella frase si chiude il misterioso gioco di specchi tra fotografo e fotografato, in cui l’immagine è il luogo dove due identità si incontrano e si confrontano e fondono.
Il rapporto con il padre è un altro nodo della sua storia. Racconta di aver iniziato a fotografare per dimostrare al papà che era una cosa seria, solo dopo la morte del genitore, quando non doveva più dimostrargli nulla è scattato qualcosa, “e adesso per chi fotografo?”. Forse da lì nasce quella frase che tanti di noi ricordano: “Il fotografo è uno che ammazza i vivi e resuscita i morti.”
E poi c’è il tempo quell’invisibile ma costante variabile che ci pervade e modifica ogni cosa, ciò che oggi cambia influisce sul presente, ma anche sul passato e le fotografie di Ferdinando Scianna custodiscono proprio quel tempo.
Tra gli interventi, sia nel film che dopo, c’è anche l’amico e regista Giuseppe Tornatore, che confessa di invidiare a Scianna la capacità narrativa delle sue foto: “Un suo scatto racconta più di una sequenza cinematografica.”
Forse è vero, in quegli scatti ormai iconici c’è più di un attimo c’è un intero racconto e questa capacità di sintesi è qualcosa di raro.




